Denominatore comune il colore nero presente nelle vesti e nel trucco.
L’assoluta mancanza di scritti rende oscure le origini e la collocazione di maschere di oscura provenienza tribale come i Mamuthones.
Mistero e magia avvolgono le cupe figure gravide di campanacci nate a Mamoiada paesone abbarbicato alle pendici del Sopramonte a una quindicina di chilometri dal capoluogo Nuoro. Le esibizioni dei Mamuthones avvengono in diversi periodi dell’anno, non solo durante il carnevale. La lenta e ritmata marcia delle maschere scandita dal fragoroso suono dei pesanti campanacci serrati alle spalle, viene seguita da migliaia di persone attratte da uno spettacolo assolutamente unico. Gravati da cinquanta e più chili di peso del grappolo di campanacci hanno il volto coperto dalla dolorosa maschera nera avvolta da un fazzoletto annodato sul mento e portano la “ berritta”, indossano abiti di velluto e la “mastruca”, una pelle nera di pecora . I Mamuthones procedono a gruppi di dodici elementi disposti a coppie saltando a gambe unite con un ritmo serrato scuotendo le spalle per provocare l’intenso suono metallico scandito all’unisono dai campanacci. L’esibizione richiede grande forza fisica e mentale oltre ad una coordinazione nei movimenti frutto di costanti esercizi per raggiungere l’effetto armonico e sonoro. Il corteo attraversa tutto il paese sostando dopo ogni esibizione. Vengono accesi falò e accanto ai fuochi servite bevande vini e dolci caserecci che le donne della comunità preparano per l’occasione. Accanto ai Mamuthones procedono agilmente gli “Issocadores” i lanciatori che aprono e chiudono il corteo. Sfoggiano un abbigliamento dai colori più vivaci, fazzoletti colorati e bandoliere con sonagli di bronzo e dorati. In mano stringono “sa soca”, una fune di giunco che con grande abilità lanciano catturando al laccio giovani donne, amici, spettatori che in cambio dovranno offrire da bere. Lo spettacolo diventa più intenso. I mamuthones avanzano in processione seguiti dalla folla. Il corteo procede lento al seguito nel ritmo ripetitivo e ipnotico che avvolge case e persone come ispirato da un arcaico rito sciamanico capace di trasmettere e trasferire dal suo tempo remoto emozioni forti e irripetibili.
A Orotelli il vento spazza i vicoli del paese aggrappato alla collina con le case costruite su zoccoli basaltici scuri e levigati dal tempo. Il vento alimenta le fiamme dei fuochi accesi nelle piazze diffonde profumi di ginepro e carni arrostite spettina i capelli corvini delle donne in attesa con figli e parenti dell’ennesima apparizione dei “Turpos”, i ciechi!
“Sos Turpos” irrompono nella scena neri e aggressivi come vuole il rituale. Vestono il gabbano di orbace come un saio tetro e pesante, il cappuccio calato sul viso dipinto di nero. Il trucco è fondamentale. Il sughero bruciato viene sfregato sulle mani e la sua spessa fuliggine spalmata sui volti dei figuranti fino a trasfigurarne i volti e gli sguardi. Così neri e spaventosi, danno inizio alla loro saga identificandosi nell’uomo contadino e nel bue, l’animale domestico con il quale lavorano nei campi dividendo le stesse sofferenze, le tragedie del lavoro e della vita. Si muovono in piccoli gruppi di tre individui che vestono la stessa maschera ma si sdoppiano nelle due figure del “Turpos Boes” e del “Turpos Boluarzu” inscenando una tragicomica pantomima del lavoro nei campi nella quale due boes sottomessi e tenuti alle redini dal Bolarzu devono trascinare un pesante aratro per le vie del paese sotto i colpi di frusta del padrone che li costringe di volta in volta a mangiare ciuffi d’erba per nutrirsi. Il rituale si completa con “SA TENTA”, la cattura, seguita con divertimento e timore dagli spettatori in un fuggi fuggi generale. Una persona del pubblico viene catturata legata e imprigionata dai Turpos. Dovrà accettare la sottomissione! I fuochi della notte illuminano la spassosa scena nel teatro naturale all’aperto.
Il prigioniero, rassegnato, viene, condotto a forza dagli incapucciati tra le battute ironiche degli spettatori a “su tzilleri” !
Non temete se dovesse toccare a voi la stessa sorte: “su tzilleri” è il bar! La vittima dovrà offrire l’adeguato tributo per la propria “liberazione”.
Una sola attenzione: se siete astemi fate gli scongiuri!